OMBRE LUNARI: PICCOLA GUIDA AL FANTASTICO DI SICILIA
(di GIUSEPPE MARESCA) - Tra l'antologia L'isola delle tenebre e la successiva Gotico siciliano, ebbi modo di fare una chiacchierata che si trasformò in un articolo e una bella occasione di confronto, con una delle migliori penne del giornalismo siciliano e della narrativa femminile nostrana, Eleonora Lombardo, autrice peraltro presente nelle antologie citate con due ottimi racconti gotici ambientati in Sicilia. Così, in attesa che quell'intervista torni online, si è pensato di riproporla qui in forma di articolo, sperando di fare cosa gradita e di illuminare uno dei punti più oscuri della Narrativa italiana legata a leggende popolari, superstizioni, Letteratura, cinema e oscure suggestioni ancora oggi spaventevoli.
Tutto ha inizio con un affresco, Il trionfo della morte, risalente intorno al 1446, di autore anonimo (ma che alcuni attribuiscono ad Antonio Crescenzio, altri a Pisanello) che è la prima rappresentazione grafica del gotico siciliano.
La storia della letteratura italiana è cosa
ben nota e storicizzata, ciò che culturalmente durante il Romanticismo avviene
a livello nazionale, si riverbera anche sulla letteratura regionale. Solo che
in Sicilia la narrativa gotica conosce una vasta e articolata produzione rispetto
al resto d’Italia perché attecchisce su un ricco corpus di leggende popolari e
credenze macabre diffuse capillarmente tra gli abitanti dell’isola. Quello che
avviene nella letteratura romantica siciliana è l’incontro tra la veridicità
naturalistica di autori come Verga e Capuana con il lato fiabesco e irrazionale
delle credenze popolari spesso celebrate dai cantastorie locali come delle vere
e proprie danse macabre, ballate a sfondo nero o orrorifico diffuse nel
Medioevo in tutto il nord Europa. L’unione tra questi due elementi ha portato
alla creazione di una sorta di Realismo Magico (termine tanto caro alla
letteratura sudamericana di Borges e Marquez) ante litteram, dove un elemento
soprannaturale inaspettato e improvviso si inserisce della vita
quotidiana. Il gotico letterario siciliano è facilmente distinguibile dagli altri
prodotti letterari dell’epoca per più di un motivo: la presenza insistita del folklore
locale, la ricchezza di dettagli sensoriali, elementi magici da letteratura
fantastica tout-court non spiegati e l’inversione della legge di causa-effetto
tanto cara alla letteratura realistica e al pensiero comune. Come diceva Jonathan
Swift: “La visione è l’arte di vedere le cose invisibili”, e in una letteratura
fatta di cose, come quella siciliana (basti pensare a La roba di Verga o
La giara di Pirandello, ma si potrebbe parlare anche di Vittorini e
dell’importanza storica che hanno le cose nel suo celebre Conversazioni in
Sicilia e molti altri autori), il gotico siciliano vede ciò che gli altri non
vedono o non vogliono vedere, va dentro le cose e ne svela i misteri
connaturati ad esse o il mondo fantastico che le circonda fatto di fantasmi e
ombre.
I primi nei quali tutti questi elementi sono riscontrabili già nella prima metà dell’Ottocento, sono l’agrigentino (ma palermitano di adozione) Vincenzo Linares e il messinese Felice Bisazza. Il primo, oltre ad essere stato autore di racconti neri come I beati Paoli o Il marito geloso, una storia che sembra uscita dalle pagine di Ugo Tarchetti proprio per la sensualità, il meccanismo perfetto da racconto gotico inglese calato però in un contesto mediterraneo, è stato un teorico e promotore in terra natia della nuova tendenza fantastica della letteratura europea; il secondo invece, è stato un rigoroso studioso del folklore siciliano e autore di pregevoli ballate che raggruppò nella raccolta Leggende e ispirazioni, dove compaiono ballate macabre come I beati Paoli (tanto per sancire la continuità di un mito tragico già incontrato in Linares) dove questo gruppo che la leggenda vuole giustizieri del popolo e riparatori di torti, in realtà sono descritti come sadici praticanti di un culto demoniaco che, come i monaci che compaiono nella fortunata serie cinematografica dei Resuscitati ciechi di Armando De Ossorio, nascondono dietro le belle intenzioni il loro sadismo e il loro gusto per l’uccidere gratuitamente. Bisazza è particolarmente abile nel descrivere questi monaci infernali, che parlano all’unisono e si radunano in un antro tetro per praticare i loro culti blasfemi, non provano alcun tipo di umana pietà e quando sono chiamati a riparare il tradimento subito da una donna del popolo da parte del marito, non si limitano a uccidere lui e la sua amante, ma anche il neonato frutto della loro relazione e forse la stessa mandante. Proseguendo la nostra carrellata sugli autori del fantastico siciliano di inizio Ottocento, un altro messinese che vale la pena di citare è Giovanni Alfredo Cesareo, autore del racconto Sirena, che segue il filone tutto nostrano della riproposizione straniante dei miti mediterranei in chiave romantica e moderna, tematica che parecchi anni dopo verrà ripresa da Giuseppe Tomasi di Lampedusa col suo elegiaco racconto Ligheia.
Anche
Giovanni Verga, da buon ex scapigliato, sembra non poter resistere al richiamo
del soprannaturale, del nero e del fantastico come dimostra il finale di Rosso
Malpelo o in Storie del castello di Trezza, ma in pochi ricordano un racconto
poco conosciuto come La festa dei morti; attingendo alla tradizione
folkloristica tutta siciliana che vuole i defunti uscire dai sepolcri la notte
del 31 Ottobre per andare a trovare i loro cari e portare giocattoli e dolciumi
ai bambini. Verga si immerge nel mondo dell’oltretomba inventando una leggenda
secondo la quale, su una radura prospiciente al golfo di Agnone, una sorta di
prete-zombi celebra una messa per le anime dei defunti del mare che escono
dalle loro tombe in forma di spettri per assistervi. I pochi marinai che in
quella notte solcano le acque di quella baia, ne vedono le luci e mormorano
atterriti questa storia. Ricordo che anche mio nonno da bambino mi raccontava
una leggenda simile di una messa celebrata la notte dei morti a cui
partecipavano gli spettri degli annegati in una chiesetta di fronte al porto di
Catania, che se non ricordo male si chiamava San Gaetano alla marina. Ma tutta
la costa del catanese è piena di storie così, anche i pescatori di Riposto
narrano di una chiesa comunicante direttamente col mare mediante un canale
sottomarino dove si rifugiavano le anime degli annegati, e sono sicuro che
basta chiedere a qualche vecchio abitante di qualsiasi borgo marinaro della
Sicilia per scoprire storie simili.
Se si cita Verga, non si può non parlare del suo sodale Luigi Capuana: è noto che lo scrittore fosse un grande appassionato di spiritismo, parapsicologia e folklore, elementi che profonderà a piene mani nelle sue raccolte di fiabe, tra cui sicuramente spicca la Favola del lupo mannaro, vero e proprio spauracchio per i bambini in salsa mediterranea, ma anche i vampiri fanno parte del suo corredo fantastico. Vero e proprio teorico della letteratura come rappresentazione scientifica del reale, Capuana sembrava divertirsi nel prendersi gioco del lettore quando alle sue trame veriste poteva aggiungere qualche elemento fantastico che non trovava una spiegazione razionale; è il caso di Ofelia, storia d’amore parapsicologica in cui la bella e dolce Anna, modella del pittore Mario, dopo essere stata ritratta in un conturbante dipinto a poco a poco diventa un döppleganger malvagio e crudele senza nessun motivo plausibile che porterà il protagonista a un tragico epilogo. Quello che si scoprirà è una oscura storia di spiritismo e possessione. Andando avanti negli anni, anche Pirandello, complice la crisi d’identità dell’uomo del ‘900, ne approfitterà per mettere il reale a confronto con i fantasmi dell’inconscio e il lato oscuro della mente. Proseguendo sulla via del folklore orrorifico tracciato da Capuana, lo scrittore agrigentino darà vita a Male di luna, storia di gelosie e lupi mannari in cui una moglie fedifraga scoprirà i suoi istinti ferini nascosti quando riaccoglierà tra le sue braccia il marito affetto da licantropia preferendolo all’imbelle e vezzoso amante; ma è soprattutto con La favola del figlio cambiato, pregevole dramma fantahorror portato poi con successo a teatro nel 2000 da Andrea Camilleri, che Pirandello abbraccia il tema del mostruoso e della stregoneria. Partendo dalle favole ascoltate da bambino, Pirandello ci racconta che nelle notti di tregenda, le streghe volano a rapire i neonati per sostituirli con esseri mostruosi. Una madre a cui viene fatto questo crudele scherzo, si rivolge alla fattucchiera del paese, Vanna Scoma, per essere aiutata a ritrovare il suo piccolo che è stato sostituito con un bimbo gracile e malaticcio. In un primo momento la donna rifiuta l’esserino deforme, ma la strega la consiglia di trattarlo bene perché il suo piccolo, bello e sano, è stato portato nel palazzo di un re e se la madre maltratterà il bimbo con il quale è stato sostituito, anche lui soffrirà le stesse pene. Così alla fine prevarrà la pietas materna fino al lieto fine.

Altri classici siciliani cimentatisi marginalmente con la narrativa gotica potrebbero essere, il Federigo De Roberto dei Viceré, dove l’episodio dedicato al monaco Donato De Piano e alla sua ossessione per l’organo della Chiesa di San Nicola, rivela aspetti morbosi da letteratura scapigliata o in tempi più recenti, le novelle fantagrottesche di Vitaliano Brancati come La città degli insetti o L’isola.
Il gotico in Sicilia nasce dall’unione di due culture, quella normanna, dalle architetture cupe e dalle suggestioni nordiche e quella araba, sfarzosa nelle sue rappresentazioni e solare come i paesaggi orientali. Per citare un termine caro a tanta letteratura sudamericana, “sombraluz” cioè ombra e luce fuse insieme, Bene e Male, Jekyll e Hyde, come un elemento filosofale imprescindibile poiché in Sicilia non può esistere l’una senza l’altra, sia nei cortili pieni di sole dove le ombre dei portici danno frescura che negli aridi e luminosi paesaggi dell’entroterra dove a fine giornata, quando calano le tenebre della notte, le ombre sono portatrici di visioni spaventose e fantasmi come tra le nebbie dei paesi anglosassoni. Anche l’aldilà viene visto non come una sorta di inferno in cui le anime dei defunti scontano le pene del contrappasso per le colpe commesse in vita, ma come una dimensione in cui cessano tutte le sofferenze dei poveri, tutte le passioni degli innamorati, ci si dimentica o si guarda con distacco i torti subiti e si trova finalmente la pace o quell’atarassia che non ci si è potuti permettere in vita perché almeno lì tutti diventano uguali, come succede in Verga o in Navarro. Come ebbero a dire alcuni illustri viaggiatori dell’antica Roma che hanno visitato la Sicilia, la definirono l’isola dei misteri, poiché dietro ogni aspetto luminoso e ridanciano, c’è sempre un aspetto nascosto più cupo e misterioso, spesso legato a credenze e culti arcani che si perdono nella notte dei tempi.
Un topos ricorrente nella letteratura gotica anglosassone, nel cinema dell’orrore (soprattutto del passato) e forse anche nell’immaginario collettivo, è il contrasto tra le eroine bionde in pericolo, che con il loro candore virginale sono spesso contrapposte a brune maliarde che rappresentano la notte, la sensualità e il peccato. Anche la letteratura fantastica siciliana non è esente da questo stereotipo, ma aggiunge qualcosa in più che gli autori stranieri non hanno, in quanto le donne nella narrativa fantastica siciliana rappresentano una forza vitale e incontrollabile che si oppone alle regole di un mondo patriarcale dove gli uomini sono a farla da padrone, complici regole non scritte che si perdono nella notte dei tempi forse a causa delle infinite dominazioni che si sono susseguite in Sicilia. Mi viene in mente a tal proposito la ballata di Felice Bisazza La donna bianca, in cui la bella cameriera Cristina, attira la gelosia della sua padrona la quale pensa che la povera ragazza abbia lanciato da uno specchio una occhiata forse troppo audace a suo marito. Così la nobildonna farà in modo che la ragazza venga straziata e uccisa, ma per fortuna ci troviamo nel gotico siciliano, così Cristina tornerà sottoforma di spettro, purificata come deità lunare che reca in mano una coppa di sangue nel parco vicino al maniero dei suoi padroni, per ricordare il suo martirio ai posteri e alla cattiva coscienza dei suoi assassini. Ecco, proprio per questo lo spettro di Cristina assume una valenza politica e sociale, perché tornando come fantasma rompe quelle regole del mondo reale che l’hanno portata a essere vittima per denunciare la violenza dei nobili sulle ragazze povere come lei, un memento ai posteri per non ripetere le stesse malefatte dei prepotenti nei confronti degli ultimi e degli innocenti.
Anche un altro ballatista, Vincenzo Navarro di Ribera, nella sua La ballata delle fate e delle streghe, adotta come protagoniste le donne siciliane, un po’ fate un po’ streghe per il loro fascino, quelle che Giuseppe Pitrè chiamava “donne de fuora”, ridando loro la dignità di ben più che angeli del focolare, ma vere e proprie deae matres come Cibele o Proserpina che secondo gli antichi romani regnavano sulla Sicilia.
Oreste del Buono in una prefazione ai Racconti neri della Scapigliatura editata da Mondadori, osservava come mentre nelle altre letterature la fantasia e il fiabesco spesso siano considerate serie A, tanto da dar vita a classici del genere horror come Dracula, Frankenstein o addirittura diventare patrimonio nazionale come Poe, in Italia c’è una sorta di snobbismo verso le tematiche dell’irrazionale e dell’orrore, quasi che, nel migliore dei casi, ci si senta al sicuro quando si raccontano storie realistiche in modo tale da non venir presi per matti, nel peggiore si attribuisce a chi fa horror le etichette di cialtrone, poco colto, o addirittura frutto di “disordine scimmiesco nella ricerca di stravaganze” per citare una famosa lettera di Manzoni a D’Azeglio contro la letteratura gotica. Ebbene, questa tendenza si è andata sempre più radicando nella nostra letteratura tanto che oggi l’unica concessione che ci facciamo al “nero” è la narrativa gialla, che tra l’altro è sempre più stantia con i suoi investigatori da rotocalco che variano di poco nelle caratteristiche e che seguono sempre un ragionamento strettamente scientifico per risolvere un mistero. Un grande autore che ho amato da ragazzo e che oggi in Italia sembra essere stato dimenticato dalla grande editoria è Clive Barker, grandissimo rivoluzionario della narrativa dell’orrore con le sue immagini esplicite, la sua sfrenata sensualità e la potenza visionaria delle sue creature. Barker disse una cosa molto interessante: “La realtà è solo un pregiudizio borghese, e io la odio per questo!”. Facciamoci caso, sono proprio i borghesi che vogliono lo status quo immutato e immutabile, perché se così non fosse, tutte le loro belle risposte preconfezionate andrebbero a farsi benedire, tutta la spocchia che poggia spesso sul nulla di una certa classe dirigente si scontrerebbe con l’immaginazione, con un mondo dove i ruoli di buoni e cattivi non sono così definiti e soprattutto dove tutto può succedere e non ci sono limiti. Freya Stark diceva: “Le civiltà non degenerano per paura, ma perché dimenticano che la paura esiste”, e la nostra civiltà, basata sul benessere di pochi che diventa la certezza di molti, non vuole avere paura, perché la paura, quella buona della narrativa fantastica, è caos emozionale e il potere non ama le emozioni, quindi non meravigliamoci se un giorno tutto questo padiglione del nulla in cui viviamo implodesse su se stesso. L’horror è sempre stato una livella, un genere in cui buoni e cattivi, ricchi e poveri, belli e brutti, sfortunati e fortunati hanno un destino comune e ineluttabile: la Grande Mietitrice.
È un po’ difficile dire chi oggi in Sicilia sia un valido autore di narrativa fantastica. Spesso la Sicilia è stata raccontata in versione horror da autori provenienti da altre regioni d’Italia come Flavio Santi che nel pregevole L’eterna notte dei Bosconero ci racconta un capitolo sconosciuto del Viaggio in Italia di Goethe, in cui l’autore tedesco fa la conoscenza di un’oscura famiglia palermitana, i Bosconero, attorno ai quali girano orrori, maledizioni e tanto sangue. Oppure un romanzo breve (o racconto lungo) che sembra uscito dalla penna del miglior Lovecraft o dalla sfrenata crudeltà della macchina da presa di Lucio Fulci è Il lamento dei bambini picchiati, di Domenico Cammarota, uscito per Fanucci nella collana I miti di Cthuluh nel 1988. Cammarota è un autore che andrebbe riscoperto dagli appassionati del fantastico, per il suo vigore narrativo e la potenza immaginifica che profonde a piene mani come un Barker nostrano. In questo racconto mette in scena tutti gli orrori del mondo di sopra e del mondo di sotto di cui si mormora in Trinacria, dai paesini sulle pendici dell’Etna con le loro ville nobiliari, testimoni al loro interno di indicibili orrori, alle casupole popolari costruite a ridosso delle prime e che nascondono spettrali segreti tra le loro ombre, ma su tutto, il racconto ci svela che nessuno in Sicilia è al di sopra del Potere del Regno di sotto che da millenni impera sull’isola e che la libertà degli uomini dal mondo delle tenebre è solo un’illusione.

Anche il maestro del gotico padano Pupi Avati mette da parte la macchina da presa in favore della penna per raccontarci insieme allo sceneggiatore Roberto Gandus ci porta ne La casa delle buie signore, una storia del mistero ambientata nella Sicilia del ‘700, quando nel convento de La contemplazione della morte si dipana una storia degna dei migliori autori della letteratura fantastica siciliana del tempo che fu. Tra gli autori più interessanti in cui mi sono imbattuto negli ultimi anni invece c’è finalmente un siciliano che ha il gusto per il gotico, il mistero e il romantico: il messinese Giandomenico Ruta, con il suo Storia d’amore e di morte tra un vampiro ed una violinista siciliana, dove amore morte ed esoterismo sono gradevolmente mischiati in una Sicilia ben tratteggiata; con eleganza e sobrietà Ruta ci racconta la storia di Giulia, una bella violinista che sembra uscita dalla penna di Tarchetti, avrà la sventura di innamorarsi di un discendente di Vlad Tepes e scendere agli inferi per poi tornare purificata; Nel segreto di forte Gonzaga o La memoria dell’acqua, in cui le storie di diversi personaggi, tra cui un gruppo di giovani ghost-hunters, si intrecciano all’ombra del castello di Nelson in quel di Bronte dove urge svelare un mistero. Sono interessanti anche le sue indagini sul paranormale come Cronache siciliane dell’occulto e Fatti spiritici e diabolici del messinese. Forse i fumetti hanno riservato una certa attenzione alla Sicilia fantastica, come testimoniano i due numeri della serie horror Dampyr, targata Bonelli: Rosalinda delle zagare, bella rielaborazione horror della storia della mummia di Rosalia Lombardo, a’ picciridda per i palermitani, e La camera dello scirocco, in cui nei canali sotterranei di Palermo risalenti alla dominazione araba, l’eroe della serie dovrà vedersela con antichi demoni e vampiri. Anche il mio amico Claudio Chiaverotti, grande autore di Dylan Dog e papà di eroi dei fumetti come Brendon e Morgan Lost, ha scritto una pregevole graphic novel ambientata a Palermo, I mostri non vivono solo al buio, in cui il tema della mafia si mischia con suggestioni da fantastico pirandelliano.

Anche il cinema avrebbe potuto sfruttare di più le suggestioni magiche, paurose e fiabesche che il gotico siciliano offre. Nel campo dell’horror ci ha provato comunque Lucio Fulci, ormai consacrato (purtroppo solo post mortem) maestro del cinema fantastico, con Demonia, storia di un’archeologa americana che col suo staff si reca in Sicilia presso il convento di Santa Fiora, dove si dice che nel Medioevo vennero giustiziate alcune suore dedite a riti orgiastici e satanici. Nel paesino sottostante al convento si respira un’aria omertosa, e la bella archeologa scoprirà a sue spese, come del resto tutti i paesani che provano a collaborare con lei, che coi fantasmi delle suore demoniache è meglio non scherzare. Anche se la messa in scena risente degli evidenti limiti di budget e la malattia dell’ultimo periodo sembra un po’ aver appannato lo stile di Fulci, qui ben lontano dagli orrori meridionalisti di Non si sevizia un paperino, la storia è comunque interessante e se non si bada troppo alle truculente male assortite un’occhiata potrebbe valerla.
Un altro film che tratta miti e leggende siciliane è Tra Scilla e Cariddi, di Demetrio Casile, surreale storia di amore e forze oscure legate ai miti nostrani in cui due uomini innamorati della stessa donna, cercheranno con metodi diversi di salvarla da un male risalito dagli abissi per rapirla per sempre. Anche Occhio nero, occhio biondo, Occhio felino della palermitana Emma Muzzi Loffredo, in qualche modo presenta una Sicilia tra favola e fantasia sullo sfondo della vicenda di emarginazione ed emancipazione di una ragazzina ribelle.
”Là dove tutte le canzoni sono tristi” di Thomas F. Monteleone, un validissimo autore americano di horror più volte vincitore del Bram Stoker Award, ma poco conosciuto in Italia. Il racconto, che ormai ha la mia età visto che è stato scritto nel 1978, fu pubblicato in Italia nel 1990 nell’antologia Ombre, curata da Charles Grant, nella mitica collana Mondadori Horror diretta dal compianto Giuseppe Lippi, trovai il libro in uno stand della Mondadori alla Fiera Internazionale di Messina. Avrò avuto circa quindici anni, ma ricordo con stupore quando mi immersi nella lettura della macabra vicenda di questo giovane italo-americano che, alla morte del padre, ritorna a Palermo per conoscere la famiglia d’origine, ma scopre che tra i parenti apparentemente felici per questo gradito ritorno, aleggia un segreto oscuro. Il ragazzo con l’aiuto di una cugina di cui in parte è segretamente innamorato, viene a sapere che c’è anche una zia che la famiglia ha sempre detto essere defunta, ma che in realtà è ancora viva e vegeta e col suo piede caprino si aggira ancora per i vicoletti di Palermo dove si dice che pratichi la magia nera e viva col cadavere del figlio sul quale ha lanciato una maledizione. Ma c’è tantissimo altro in un crescendo di suspense e orrore fino al finale da urlo. Monteleone ci guida in punta di piedi tra tutte le cose belle e paurose della Sicilia, dalle catacombe dei Cappuccini ai vicoletti di una oscura Palermo dove il sole sembra illuminare impotente il vero orrore che è la miseria, che a volte può essere portatrice anche di un Male assoluto che travalica il reale e si fa beffe delle leggi euclidee che governano il mondo dei vivi. Ogni volta che rileggo questo gioiellino del gotico ambientato in Sicilia, mi viene in mente il complimento più bello che si può fare a uno scrittore, quello che Joe Lansdale fece al suo maestro Robert Erwin Howard per il racconto I colombi dell’inferno: “Cazzo, è così bello che avrei voluto scriverlo io!” È proprio vero… là dove tutte le canzoni sono tristi… l’altra sera riflettevo con un amico carabiniere come anche canzoni rappresentative della nostra isola come Vitti na’ crozza, dietro il ritmo allegro celi la tristezza di un morto che non riesce a trovare pace neanche dopo il trapasso come troppi ce ne sono stati per fatti di cronaca arcinoti della nostra regione.

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