LA COSCIENZA DI ROB

         "Buffi i ricordi, eh? Sono la più bella cosa che si ha, eppure ti rendono triste." 
Tiziano Sclavi, Dylan Dog

(di Giuseppe Maresca) Questa storia unisce tante cose apparentemente distanti tra loro: la narrativa di Italo Svevo e il cinema di Clive Barker. Ok, direte voi, sei definitivamente ammattito, e forse non sbagliate, ma per parlare di Roberto Azzara e del suo Le cose che restano. Racconti, memorie e altre presenze (disponibile su Amazon sia in cartaceo che in ebook), devo per forza accostare questi due autori che apparentemente fanno a pugni tra di loro (e sinceramente, dopo aver letto questo libro, non so più chi potrebbe uscirne vincitore).     
Ma andiamo con ordine: conobbi Roberto quasi per caso ormai più di sei anni fa, avevo co-curato un’antologia di racconti dell’orrore dalla gestazione piuttosto travagliata e dalle grandi ambizioni e per la quale avevo avuto la prefazione del mio maestro Claudio Chiaverotti; tramite un  amico sceneggiatore e scrittore che aveva preso parte all’antologia, ricevetti il contatto di questo recensore “oceanico” che curava un blog e diverse pagine social insieme al compianto, enciclopedico, Giovanni Mongini. Fui contattato da questo signore gentilissimo, acuto e coltissimo. Una chiacchiera sul cinema e la narrativa fantastica tira l’altra, e siamo diventati amici. Arabeschi del destino, Roberto è siciliano come me, ma vive a Pavia dove invece io ho studiato; ci fossimo conosciuti a quel tempo, forse non avrei mai completato il mio percorso di studi perché ci saremmo persi, come una volta abbiamo concordato, nei meandri del fantastico.
Roberto, con grande umiltà e generosità d’animo, mi chiese di scrivere la prefazione a un suo saggio su uno dei miei miti letterari, Clive Barker, che nonostante nel suo libro (di prossima pubblicazione per Cut Up Publishing) non venga trattato il Barker letterario ma solo quello cinematografico, è la cosa più interessante e completa che sia stata scritta da un italiano sul mai abbastanza celebrato Bardo dell’orrore che viene da Liverpool (ma in realtà ho detto una mezza bugia, abbiamo scritto insieme una parte dedicata ai fumetti ispirati a Barker e una brevissima carrellata sulle sue opere letterarie, ma questo non ha importanza).
 Inoltre mi fece collaborare, sempre con la solita gentilezza, ad un bellissimo progetto che stava portando avanti con Michele Tetro, I due volti del terrore: la narrativa horror sul grande schermo (Odoya, 2020) un’esauriente guida a tutti quei film horror tratti da romanzi, racconti o fumetti, per la quale ho avuto il piacere di occuparmi, tra le altre, di pellicole (per me) cult come Il corvo (1994), L’esorcista (1973) o Il mistero di Sleepy Hollow (1999). Poi, qualche anno dopo, avremmo scritto il poderoso Weird Zagor: il fantastico nella saga dello spirito con la scure (Odoya, 2023), ma questa è un’altra storia.
Questa nuova uscita però, spiazza tutti i lettori di Azzara e chi lo conosce: Roberto, quasi novello Leopardi del fantastico, scrive uno Zibaldone in cui unisce tre racconti editi di narrativa soprannaturale con varie prose e monologhi accomunati da un unico tema: la memoria.
Sugli ottimi racconti presenti nel libro, mi soffermerò poco per tante ragioni: in primis sarei di parte, visto che li ho visti praticamente nascere tutti e tre, e due di essi sono apparsi in due antologie da me curate; ma a pensarci bene, anch’essi hanno de relato come argomento portante la memoria, in particolare i primi due, Riflessi sulla nebbia, una bellissima avventura tra Robert Ervin Howard e Arthur C. Clarke in cui, in un’insolita ambientazione nebbiosa siciliana, gli elementi della natura fungono da custodi di memorie arcane. A seguire l’elegia bradburyiana La nonna delle fave, un ricordo fanciullesco ambientato nel maestoso cimitero di Caltagirone. Momenti invece, richiama la memoria collettiva (e probabilmente un monito per il futuro) dei tristi tempi della pandemia da Covid-19. Ma dopo questo saporito e ricco antipasto, arrivano i piatti veramente forti di questo libro.
Tutti ricorderanno quel capolavoro della Letteratura italiana che è La coscienza di Zeno, scritto nel 1923 da Italo Svevo. Non so perché, ma alla fine della lettura de Le cose che restano, ho provato lo stesso caleidoscopio di emozioni provato la prima volta che lessi da ragazzo il libro del signor Schmitz sotto pseudonimo; il libro di Roberto infatti, come nel celebre romanzo di Svevo, non segue un ordine cronologico preciso nel raccontare/si, ma si affida a un flusso di ricordi, a volte teneri, a volte duri da leggere ma che costituiscono senza ombra di dubbio, una carrellata emozionante, senza filtri o reticenze, dei sentimenti di un uomo che è stato un ragazzo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 in una Sicilia campestre (posso testimoniarlo, era la stessa cosa per chi come me viveva invece in un paesino sulla costa), dove per sognare bastava un film o un albo a fumetti che bilanciasse in maniera semplice ma benigna, le brutture che la vita ti metteva davanti ogni giorno. Così, a scritti dal sapore fanciullesco ed evocativo come La mia Darkwood, Il terreno dei fulmini o L’estate dei fucili, si affiancano p(rose) di dolente lirismo e profonda riflessione come La grammatica del silenzio, su ciò che non è più e diventa difficile da raccontare, per mancanza di parole, riferimenti o difficoltà espressiva dovuta all’emozione, in cui l’assenza diventa silenzio, un silenzio che rischia, con la sua grammatica senza regole, di diventare perdita di memoria, nebbia, vuoto; allo stesso modo, leggendo E’ colpa vostra o Il giorno più bello della mia vita, si ha la sensazione di essere diventati invisibili e, seduti di fronte al lettino dello psicanalista, assistere in silenzio alle memorie, anche dolorose, guardate però con distacco e tenerezza da un autore che ha sempre analizzato il pensiero degli altri in maniera critica e costruttiva, ma che adesso con lo stesso rigore e vivacità parla di se stesso, di ciò che è giusto far restare e di ciò che è importante raccontare affinché non si perda nel Diluvio della vita. Alternando la forma del monologo a quella del flusso omodiegetico, passando per una sorta di narrazione da “diario” alla Leopold Bloom, il libro racconta esperienze e sogni in tredici segmenti conditi da un “sermo cotidianus” volutamente semplice ma simbolico, in cui il fantastico tanto caro a Roberto (e a noi appassionati) diventa ricordo, memoria, riflesso, a volte ameno e luminoso, a volte triste e crudelmente pauroso, ma mai banale o scontato come in tanta narrativa contemporanea, proprio perché vero, vissuto, rielaborato e filtrato attraverso la sensibilità di un autore, enciclopedico conoscitore del suddetto fantastico e della fantascienza che ha saputo riplasmare, dare un nome e fissare in bacheca affinché possano essere utili a chi verrà dopo la propria realtà e la propria fantasia, divertendosi a confonderle, di ragazzo sognatore nell’era pre-digitale. Come fantasmi o creature emerse dal buio della notte (mi vengono in mente i variegati Notturni di Cabal (1988) di Clive Barker) le memorie sono foriere di meraviglia o di terrore, di dolore o di buone notizie, ma da qualsiasi lato le si legga, impossibile non attribuirgli un fascino genuino per come sono rappresentate, senza compromessi o inutili captatio benevolentiae verso il lettore. 
A chi consigliare questo libro?  A tutti, è ovvio, ma soprattutto a coloro che amano il fantastico puro, i vecchi maestri della Letteratura (fantastica e non) che non si sono piegati alle più becere logiche editoriali di oggi, a chi prosa elegiaca, a quelli che, come me pensano che il vero orrore sia la perdita della memoria e dei ricordi e a tutti quelli i quali si chiedono (o hanno l’acume di chiedersi) il livello di sostanza che c’è dietro un autore, prima Essere Umano e solo dopo, scrittore appassionato di Zagor e Clive Barker.

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