INTERVISTA A MARCO GRASSO
R: Per me sono stati quarant’anni che vivo con nostalgia perché io ho letto Dylan Dog dal numero uno comprato in edicola quindi parliamo dell’86. Quindi se festeggiamo quarant’anni, io avevo quarant’anni di meno ed è chiaro che scatta l’effetto nostalgia, Un compleanno di questo tipo si deve in qualche modo celebrare e lo stiamo celebrando con una mostra che raccoglie tavole e illustrazioni provenienti da collezionisti etnei, giusto per fare capire quanta penetrazione nel territorio c’è stata di questo personaggio e quindi anche localmente. Trattandosi di Etna comics, allora perché non fare vedere quello che ai piedi dell’Etna è stato collezionato e una parte è una buona parte qui in questa mostra.
D: Bene, senti Marco vedo che ci sono tavole di Giovanni Freghieri, di Corrado Roi, di Fabio Celoni, che ha fatto poco, ma secondo me ha fatto tantissime ottime cose per Dylan Dog (vedi I raminghi dell’autunno). C’è qualcosa che rimpiangi più delle altre rispetto al presente del fumetto?
R: Qui entriamo nel
discorso famoso dei primi 100 numeri, che è sempre un discorso caldo online,
nei vari blog… sento anche che siamo cambiati noi evidentemente quindi gli
stessi input di allora potrebbe darsi anche che a un certo punto avrebbero
stancato perché Dylan Dog ha
riscosso grande successo proprio perché parlava di mostri, ma riferendosi a quelli anche che sono nella
società, quei mostri sono gli altri e questo è un tema che andava benissimo.
Chissà, continuando su quel filone magari poteva sembrare a un certo punto
qualcosa di trito e ritrito. Questa è la difficoltà secondo me: gestire un
personaggio importante creato da un autore notevole come Tiziano Sclavi, del
quale raccogliere l’eredità
è sempre stato difficile, Il pathos di storie lette venti o trent’anni fa è ineguagliabile ma perché
è un periodo che non ritorna più, quindi dobbiamo considerare che gli
sceneggiatori e i curatori che sono venuti dopo Tiziano Sclavi e Marcheselli
avevano una brutta gatta da pelare (no, non era Cagliostro!), sicuramente un
impegno difficile, da far
tremare i polsi. Quindi dobbiamo considerare comunque che quello che hanno
fatto ha portato Dylan Dog a festeggiare i quarant’anni.
D: Crediamo che
la mostra serva molto anche a capire, rivedendo queste tavole originali, come
gli stessi disegnatori abbiano mutato nel tempo anche certe loro
caratteristiche grafiche. Il rinnovamento e il cambiamento nei decenni sono
fisiologici anche all’interno di un fumetto seriale e all’interno della stessa
produzione dello stesso autore.
R: La varietà di
stili era la vera novità di Dylan Dog perché mentre prima eravamo abituati con Tex, Zagor, Piccolo Ranger,
Mister no che avevano una loro vocazione grafica, una loro collocazione nell’immaginario
visivo del lettore che era quella principalmente fatta dal copertinista e
invece no, abbiamo Dylan Dog che aveva un copertinista come Claudio Villa poi
giravi pagina e trovavi Angelo Spano con un tratto mai visto, che all’inizio
poteva essere anche considerato disturbante, però poi tornavi a vederlo con piacere. Nei primi
numeri già avevi Stano, Montanari e Grassani, Casertano, Luca Dell’Uomo, con
uno stile completamente diverso dal copertinista (e il copertinista che non
disegnava mai una storia dell’albo mensile)
D; Da grande
collezionista quale sei e soprattutto da grande appassionato di Zagor, possiamo
auspicare una bella mostra su Zagor prima o poi?
R: Il mio
personaggio preferito senza dubbio è proprio Zagor, perché è stato il primo
fumetto. Leggevo a scrocco i fumetti di mio fratello però a certo punto lui non
li ha comprati più… io non avevo molti denari all’epoca e quei pochi che avevo dovevo
destinarli per una sola serie e ho scelto Zagor, senza ombra di dubbio. Da lì
ho collezionato gli albi e anche la saggistica, ma poi mi sono innamorato anche
delle tavole originali che sono state in mostra in altre occasioni e non mi
dispiacerebbe organizzarne una io. Però ovviamente non solo della mia
collezione, perché mi piace
unire le forze e fare in modo che questo personaggio incredibile (un tarzanide
che è finito nel mondo cioè non ci sono altri tarzanidi nonostante le tante
emulazioni sia versione maschile che femminile ci sono state nel fumetto), e
vive ancora oggi con una storia editoriale lunghissima che gli fa onore e che
gli va tributato magari proprio con una mostra che vorrei fare, sarebbe come riassaporare
certe avventure, certe sensazioni che mi hanno catturato sin da quando ero
ragazzino.
D; Ecco l’ultima
domanda che unisce un po’ Zagor e un po’
Dylan Dog. Si parla insomma dello Zagor fantastico, cioè dei temi fantastici
in Zagor. Molti lettori di Zagor non approvano questa deriva soprannaturale
nella serie. Tu come la giudichi invece?
R: Ma penso sia
sempre questione di gusti perché bisogna
considerare che Zagor è un contenitore di storie realistiche, western, fantasy, fantascientifiche, di
horror classico, ma un contenitore che deve anche guardare a nuove generazioni
sennò si esaurisce la spinta. Io devo dire che sono molto magnanimo nei
confronti di chi si spende per Zagor perché comunque stiamo parlando di un fumetto seriale e, nessuno me ne
voglia dei fumetti, franco belga che sono di grande successo, ma anche manga
devo dire alcuni manga famosissimi sono famosi perché sono stati perpetrati come anime, sono
stati ristampati N volte mentre Zagor esce ogni mese. Ci sono serie che hanno
avuto otto o dieci numeri in tutta la loro carriera editoriale ma è
difficilissimo mantenere un livello alto in una serie mensile che ha bisogno di
trovare anche nuovi input, quindi per me sta bene perché ho anche piacere di leggere qualcosa che
non si sapeva che sarebbe finita su Zagor. L’importante è che comunque i canoni zagoriani dell’avventura,
del sense of wonder restino. In questo Moreno Burattini è stato un
grande perché lui è un grande
lettore e si è dato molto da fare per mantenere vivo il personaggio e per
continuare ad avere delle contaminazioni dal mondo della letteratura, della fantascienza.
del cinema, così come aveva fatto Sergio Bonelli con i B movies che hanno
ispirato capolavori come Odissea americana.
Non si tratta
quindi di “derive” per me, anche se alcuni hanno criticato il ciclo di
Atlantide, che comunque secondo me è una trasferta, una classica trasferta
zagoriana da rileggere al pari di quella di Passaggio a nord ovest, che
non invecchia mai e che è davvero l’espressione del talento di Mauro Boselli e di tanti
altri sceneggiatori e disegnatori che in quel momento come il compianto
Marcello che ha disegnato la prima storia di quella saga e lì effettivamente è
altissimo fumetto secondo me è anche soprattutto alta modalità di gestione del
personaggio di Chico che non è semplice.

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