IL NEGROMANTE E ALTRI INCUBI

(di LUCA RAIMONDI) - C’è un momento preciso, nella storia del fumetto popolare italiano, in cui qualcosa si è incrinato in modo felice. Non un cedimento strutturale, ma quella crepa sottile attraverso cui filtra una luce inaspettata — la luce del giorno, per dirla con Paolo Di Orazio, che di quel momento è stato testimone e complice. Siamo tra il 1990 e il 1991, e dalle edicole di una penisola ancora ignara di internet, di streaming e di algoritmi, escono due pubblicazioni horror in formato comic book: Splatter e Mostri. Le pubblica la ACME di Francesco Coniglio e Silver. Non cavalcano semplicemente l’onda di Dylan Dog — la propongono giovani autori di ottimo livello, gente che ancora non sa di essere sul punto di diventare qualcuno. Tra questi, due ragazzi: Burattini e Andreucci.
Moreno Burattini è nato a San Marcello Pistoiese nel 1962, laureato in lettere con una tesi sul sottofondo letterario del codice espressivo fumettistico — dettaglio non trascurabile, perché spiega molto della qualità narrativa che porta fin dai suoi esordi. Stefano Andreucci è romano, classe 1962 anche lui, ha cominciato a disegnare nel 1986 nello studio di Dino Leonetti, ha girato testate, ha partecipato a progetti editoriali, ha un segno che Di Orazio descrive con una precisione che vale un manifesto critico: una linea «molto chiara e controcorrente rispetto ai canoni grafici cari al fumetto horror, basati su fiumi di china e tratteggi».
Il loro incontro con Mostri non è il frutto di un piano editoriale sofisticato. È, come spesso accade nelle cose belle, il risultato di una serie di coincidenze e di una certa ostinazione. Burattini racconta con autoironia disarmante la propria gavetta: i soggetti mandati a Bonelli, le bocciature, le attese, il servizio militare che interrompe tutto al momento sbagliato. Decio Canzio smonta la sua prima storia di Zagor pezzo per pezzo e Burattini, invece di scoraggiarsi, annuisce e capisce. C’è Francesco Coniglio che lo chiama quasi per caso, gli dice che i suoi soggetti sono buoni, e lo invita a Roma. C’è un pranzo, c’è Roberto Dal Prà, ci sono cinque racconti da sceneggiare che poi Andreucci illustrerà. E da lì, come scrive Burattini con quella soddisfazione trattenuta di chi ha aspettato di dirlo: «non mi sono più fermato».
Quello che emerge dai materiali introduttivi di questo volume — la prefazione di Di Orazio, il lungo memoir di Burattini — è il ritratto di un’epoca in cui il fumetto horror italiano stava cercando se stesso con una libertà che oggi suona quasi miracolosa. Mostri non era un semplice satellite di Dylan Dog: era un laboratorio, un posto dove si poteva sbagliare, sperimentare, trovare una voce. E la voce di Burattini — ironica, sulfurea, costruita sul contrappasso morale come vuole la grande tradizione da Creepy in poi — si amalgama con il segno di Andreucci in modo che Di Orazio definisce, senza esagerare, come il risultato di «due autori geniali e coraggiosi».
Il coraggio, qui, è non barricarsi nel conforto del banale, non cedere alla parodia di avanspettacolo, non cercare la rassicurazione facile. Significa mettere in scena il prodigio soprannaturale tra le righe, «piuttosto che nei cliché bui e umidi, o tra paludi notturne». Significa avere il fiato corto — le storie sono brevi, fulminanti, costruite per colpire — e usarlo bene, senza sprechi.


Ma lasciamo parlare le tavole, perché è lì che tutto si chiarisce.
La belva — uno dei racconti medievali del volume — è un esempio quasi didattico di come Burattini costruisca le sue trappole narrative. La struttura è apparentemente lineare, quasi archetipica: un cavaliere solitario, una foresta, un grido femminile, un mostro che aggredisce una fanciulla. Il codice cavalleresco scatta automatico. Si combatte. Si vince, a caro prezzo. La donna è morta, schiacciata dal peso della bestia abbattuta.
Fin qui, la storia sembra seguire i binari del fantasy moralistico: il male punito, l’eroe che arriva tardi, la tragedia come epilogo amaro. Ma è qui che Burattini affonda il coltello — o piuttosto la spada, nel senso più letterale e atroce del termine.
La donna era incinta. Era sul punto di partorire. E il mostro non la stava aggredendo: era lì ad assisterla. Perché era il padre della creatura. E infatti il bambino che nasce da quel ventre aperto con la lama non è un bambino, è il figlio del mostro, che si scaglia sulla gola del cavaliere per vendicare i genitori appena uccisi.
In sei pagine, Burattini ribalta tutto. L’eroe diventa carnefice. L’aggressore era un padre premuroso. La belva era l’uomo con la spada. Il contrappasso non è morale nel senso edificante — non c’è una lezione da imparare tranquillamente, non c’è consolazione. C’è solo la violenza di un malinteso che ha distrutto una famiglia, e il lettore ci è stato trascinato dentro senza che se ne accorgesse.
Le tavole di Andreucci sono costruite con classica chiarezza. Il mostro — un rettile bipede, scaglioso, dall’aspetto genuinamente alieno — è credibile prima ancora che spaventoso. C’è una distanza quasi etologica, come se Andreucci stesse documentando piuttosto che illustrando. È quella distanza a fare paura, alla fine. Non il sangue — che pure c’è — ma la sobrietà con cui una storia apparentemente semplice si rivela una storia sull’arroganza, sull’interpretazione sbagliata, sulla violenza che nasce dalla certezza di essere dalla parte giusta.La copertina del volume.

Quello che Cut-Up ha raccolto in questo volume non è semplicemente un’operazione nostalgia. È il recupero di un momento fondativo, di quelle storie medievali e mostruose in cui due autori ancora acerbi, ancora sul punto di diventare chi sarebbero stati, hanno lasciato una traccia inequivocabile. Burattini sarebbe diventato il curatore principale di Zagor, il più prolifico tra i suoi sceneggiatori, un punto di riferimento dell’editoria Bonelli. Andreucci avrebbe disegnato Zagor, Dampyr, Tex, un Texone. Ma prima di tutto questo, c’erano questi mostri. Queste storie brevi e sulfuree. Questa luce del giorno filtrata attraverso le fessure del gotico.
Vale la pena aprire il libro. Vale la pena incontrare i mostri dall’inizio.
Luca Raimondi con Moreno Burattini

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