(di LUCA RAIMONDI) - Tra
gli autori presenti a Etna Comics 2026 spicca Chiara Lipari. Nel
dibattito sul fantasy italiano contemporaneo, spesso confinato tra la
ripetizione dei modelli anglofoni e l’ansia di legittimazione
letteraria, l’opera di Chiara
Lipari introduce un
elemento di discontinuità. Non tanto per la giovane età
dell’autrice, quanto per la natura stratificata del suo percorso:
formazione accademica nei linguaggi dei media, pratica teatrale,
attività di content creator, esperienza nel cosplay e nei giochi di
ruolo. Questi elementi non costituiscono un semplice corredo
biografico: sono dispositivi
di immaginazione
che confluiscono nella sua scrittura, determinandone la postura e la
direzione. Lipari appartiene a una generazione che non percepisce più
la frattura tra cultura alta e cultura pop; e Il
Reame delle Illusioni è
il luogo in cui questa continuità si manifesta con maggiore
chiarezza.
Il romanzo si colloca in un
territorio liminale: Arcadya,
ultimo spazio abitabile dopo una catastrofe non del tutto nominata.
Non è un altrove consolatorio, né un rifugio dalla realtà: è un
sistema politico, un organismo sociale, un campo di tensioni.
La protagonista, Titania
è la figura che
incrina l’ordine. Non è l’eroina predestinata, ma un’anomalia
biologica e simbolica. La sua esistenza mette in discussione la
tassonomia del mondo, e dunque il potere che su quella tassonomia si
regge.
Il romanzo non procede per
accumulo di colpi di scena, ma per progressiva
erosione delle certezze.
Il mistero non è un espediente narrativo: è la modalità attraverso
cui il mondo si lascia interpretare. La comparsa di un morto che
ritorna — figura perturbante che appartiene più al gotico che al
fantasy mainstream — introduce una frattura temporale per
consegnare un
messaggio di vendetta,
proveniente da un sopravvissuto la cui identità Evelyne — la
veggente — riconosce immediatamente. Evelyne,
con la sua capacità di percepire ciò che deve ancora accadere, non
è la guida rassicurante del repertorio fiabesco: è una presenza
tragica, quasi dolorosa.
La formazione teatrale dell’autrice
emerge nella gestione delle scene: i dialoghi hanno una naturalezza
che deriva dall’esperienza del corpo in scena, e l’azione è
costruita con una precisione quasi coreografica.
Ma ciò che distingue la
scrittura di Lipari è la sua dimensione
performativa.
Titania non è un simbolo astratto: è un corpo che deve imparare a
esistere in un mondo che non la contempla. La sua identità è un
processo, non un dato. In questo senso, l’esperienza del cosplay e
dei GDR non è un dettaglio marginale: è la matrice di una poetica.
L’identità, per Lipari, è sempre un ruolo da assumere, un costume
da abitare, una maschera che rivela più di quanto nasconda. Il
Reame delle Illusioni
non è un romanzo che cerca di “nobilitare” il fantasy, né di
sottrarlo alla sua natura popolare. Piuttosto, tenta di restituirgli
complessità, di
reinserirlo in un discorso culturale più ampio.
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