UN ROMANZO DA RISCOPRIRE: “UN’ANIMA PERSA” DI GIOVANNI ARPINO
(di LUCA RAIMONDI) - Il panorama letterario italiano del secondo dopoguerra è stato a lungo dominato da un’egemonia estetica che sembrava non lasciare spazio alle ombre: il Neorealismo. In soldoni: dopo il 1945 l’Italia era un cumulo di macerie. Letteralmente. I critici e gli intellettuali dell’epoca (quelli che decidevano chi valeva e chi no) si erano messi in testa una cosa: la letteratura doveva servire a qualcosa. Doveva essere utile. Se il Paese era da ricostruire, anche i libri dovevano fare la loro parte. Gli scrittori dovevano raccontare i poveri, i partigiani, le fabbriche. Tutto doveva essere esposto alla luce del sole, chiaro, comprensibile e politicamente schierato. In questo contesto, ”Un’anima persa” (1966) di Giovanni Arpino (meritoriamente ristampato nell’ottobre 2024 dalle Edizioni Cliquot di Roma, con una suggestiva illustrazione in copertina di Maurizio Ceccato e la prefazione di Bruno Quaranta) si pone come un oggetto estraneo, una perturbazione che rompe la linearità della cronaca sociale per scavare in una dimensione introspettiva e claustrofobica.
Arpino sceglie Torino, città della razionalità sabauda e dell'industria, per ambientare una vicenda che della razionalità è il perfetto rovesciamento. Al centro del romanzo non c'è la piazza, ma la casa: un interno borghese che smette di essere rifugio per farsi prigione.
L’atmosfera è satura di quello che la critica definisce "perturbante", fin dall’incipit: “Ho sempre avuto paura, ma oggi è ancora diverso, oggi appena sveglio sento già tra le costole un trasalimento angoscioso, che batte, fa male, che non riesco a soffocare con le sole forze della ragione. Devo aprire gli occhi, guardare, guardarmi, e finalmente a rendermi conto che questa paura è assurda, che la stanza dove ho dormito, benché estranea, non nasconde pericoli, e così la casa, la strada fuori, la città. Poco fa il debole scricchiolio di un passo nella camera sopra la mia mi si è rivoltato in cuore e in gola come una misteriosa minaccia.”
Senza svelare le svolte narrative che conducono al cuore dell'intrigo, è la stessa architettura domestica a farsi minacciosa. C’è una presenza — reale o simbolica — che abita il piano superiore, un segreto che scricchiola sopra le teste dei protagonisti durante le cene rituali. Qui il debito verso Stevenson e il tema del Doppio non è una citazione colta, ma una struttura portante: la percezione di una vita "altra", negata eppure onnipresente, che preme contro le pareti della normalità. Se Robert Louis Stevenson risolveva la scissione dell'identità attraverso l'espediente chimico della pozione, l'ingegner Serafino Calandra non ha bisogno di formule di laboratorio per sdoppiarsi; gli basta una scala. La tensione tra il piano nobile e la soffitta non è un semplice artificio noir, ma la rappresentazione plastica di una spaccatura morale. Arpino riprende l'archetipo di Jekyll e Hyde depurandolo però da ogni traccia di fantastico d’importazione: la mostruosità qui è stantia, sa di polvere e di mobili di pregio, è un’escrescenza necessaria per sopportare il peso di una rispettabilità che soffoca.
Nella narrativa italiana del dopoguerra, il fantastico e il gotico sono stati spesso considerati generi "minori" o fughe reazionarie dalla realtà. L’unico vero termine di paragone per questa inclinazione al torbido è Tommaso Landolfi. Tuttavia, se in Landolfi (si pensi a ”Racconto d’autunno”) il gotico ha una matrice aristocratica, linguistica e quasi necrofila, in Arpino esso si fa psicologico e quotidiano. Mentre Landolfi cerca l'orrore nel castello e nella lingua arcaica, Arpino lo trova nel salotto buono, nell'odore di chiuso delle stanze poco ventilate e nella morbosità di certi legami familiare, in una sorta di "gotico padano" che non ha bisogno di fantasmi, perché gli uomini bastano a se stessi per generare mostri.
Sorge spontanea una domanda: perché la nostra letteratura si è appiattita così a lungo sul Neorealismo, ignorando filoni come il thriller psicologico o il nero?
La risposta è storica e politica. Dopo il ventennio fascista e il trauma della guerra, la cultura italiana avvertiva un imperativo etico: ricostruire l’identità nazionale attraverso il documento, la testimonianza, la realtà oggettiva. Indagare l'irrazionale, il rimosso o le perversioni dell'animo umano era percepito come un esercizio disimpegnato o, peggio, un ritorno a quell'estetismo che il dopoguerra voleva lasciarsi alle spalle.
La narrativa italiana ha così rimosso la lezione di Pirandello, che già aveva intuito la frantumazione dell'io e l'artificio della "forma" sociale. Arpino recupera esattamente questo: il concetto di "maschera" pirandelliana, ma lo immerge in una penombra che trasforma la riflessione filosofica in tensione narrativa. Il protagonista di *Un’anima persa* è un uomo che ha compreso l'impossibilità di essere "uno" e soccombe alla tragicità di dover recitare una parte davanti allo specchio della società. Serafino Calandra incarna la condanna della "forma": è un uomo che ha compreso come l'identità sia un costrutto fragile. Il protagonista non subisce la pazzia, sorta rappresenta in una recita permanente che serve da catarsi per disinnescare un dolore intollerabile. Arpino, con questo romanzo, ha dimostrato che non esiste indagine sociale valida se si ignora la soffitta: quel luogo dove ogni società, anche la più progredita e razionale, stipa i propri detriti psichici e le proprie colpe non espiate. ”Un’anima persa” resta, ancora oggi, il referto di una patologia collettiva che non abbiamo mai smesso di covare, un’opera di rara lucidità nel mostrare come la rispettabilità sia spesso solo una vernice sottile. Arpino non cerca il colpo di scena fine a se stesso, ma documenta la decomposizione di un mondo che, nel pieno del boom economico, aveva dimenticato di avere una soffitta piena di spettri. Dino Risi, ambientando nella “solita” suggestiva e decadente Venezia il film tratto dal libro e interpretato da Vittorio Gassman, sottrasse alla storia questo importante sottotesto.
In definitiva, è un libro che non offre consolazione, ma che restituisce alla letteratura il suo compito più alto: quello di essere, citando Kafka, "un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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